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La mia "personal" Expedition TP Madrid 2008

Colle
Redatto da Colle

1.
Non appena ho girato l’angolo ha iniziato a piovere. L’acqua che non era caduta in sei mesi di asciutta estate nel giro di 5 minuti è caduta su di me. Ma la riunione iniziava alle 8:00 e si sa Firenze anche sotto una leggera pioggia diventa un ammucchiamento di macchine piene di gente incazzata e consapevole di arrivare in ritardo al lavoro. Ma non se la prendono con se stessi per non essersi alzati prima, no. Se la prendono sempre con quello che c’è davanti. Cioè con me.
Era il 4 novembre 2008, giorno di elezioni negli Stati Uniti dove il primo nero nella storia di quel paese era riuscito a diventare il 44° presidente e così poter fare probabilmente le solite cose che hanno fatto i suoi 43 predecessori bianchi. Era anche il giorno in cui a questa città, molti anni prima, un fiume incazzato come i suoi abitanti, decise di sommergerla con tutta una serie di schifezze e di riversare in casa loro tutta l’acqua che accumulava da decenni. L’Arno è un fiume con un forte carattere di ferro. E di molto fango.
Meglio tornare indietro a lasciare la moto e prendere la macchina, ho pensato. Qualcosa mi inventerò nel momento in cui entrerò e troverò il consiglio d’amministrazione al completo ad aspettarmi per iniziare il famigerato controllo di produzione. Questo era stato organizzato per lunedì 3 novembre ma per la mia assenza era stato spostato al giorno dopo. Sicuramente erano tutti incavolati per il mio ritardo e per la pioggia incessante. Molti di loro, senza dubbio, il giorno prima avevano fatto lavare la propria auto per farla vedere ai colleghi e non c’è niente di più intrattabile di un nuovo ricco con il macchinone sporco. Dovevo assolutamente rimediare.
‘Buongiorno a tutti’ è l’unica cosa che mi è venuto in mente. Ero stanco morto e certamente un leggero mal di testa più l’orologio sulla parete in fondo al salone che marcava le 8:06 non aiutavano a escogitare niente di meglio da dire. Con tutte quelle facce grigie, ognuna con un paio d’occhi che mi volevano trucidare era meglio sedersi subito e accennare un semplice ‘mi dispiace per il ritardo’ facendo immediatamente un’espressione interessata in quello che ancora non avevano iniziato a spiegare.

Nella mia mente c’era stampato tutto il fine settimana appena trascorso a Madrid. Emozioni intense su delle macchine meravigliose: roller coasters. Quelle macchine che tutti temono ma dove tutti vogliono salire. Alcuni per provare a se stessi che ce la possono fare e altri solo per dimostrare a chi li accompagna che quel ‘trenodellamorte’ con i suoi ‘giridellamorte’ è la cosa più paurosa al mondo ma a loro non fa niente, loro non temono nulla.
Noi non eravamo in nessuno di questi due gruppi. Noi eravamo semplicemente 20 pazzi che appartengono al gruppo di persone che questi aggeggi se li vanno a cercare. Una net-community di appassionati delle bestie d’acciaio, ma anche di legno, alcuni dei quali addirittura sono andati fino negli USA solo a cercare le novità del momento nel paese dello Zio Sam.

‘Ho saputo che sei stato a Madrid’ mi dice il collega seduto accanto durante una breve pausa facendomi fare un salto sulla sedia, immerso come ero nei miei gradevoli e freschi ricordi adrenalinici.
‘Come?... si si, infatti, sono arrivato ieri molto tardi e ho dormito pochissimo’
‘E come sta tua sorella?’
‘Mia… sorella?’ dico io, non ricordandomi lì per lì la lacrimevole storia che mi ero inventato due settimane prima di partire per la capitale spagnola.
‘Certo, tua sorella. Non eri lì per accompagnarla ad un lieve intervento agli occhi?’ mi dice un po’ sospettoso.
‘Ah, certo certo. È che sono molto stanco e mi fa un po’ male la testa. È andata molto bene. Gli ospedali a Madrid sono eccellenti’ rispondo e mi giro subito verso il plasma che era rimasto in standby e al quale imploravo in silenzio di ricominciare subito con le sue noiose tabelle e incomprensibili grafici.
‘In quale ospedale era?’ mi domanda ancora insistente, mentre gli altri chiacchieravano e il plasma del cazzo continuava con la sua stupida scritta ‘pioneer’ su uno sbiadito fondo blu.
Oddio, scarpe con i chiodi per una bella arrampicata sugli specchi. Specchi alti quanto i roller coasters che avevo fatto poche ore prima. Seguirono alcuni interminabili secondi di silenzio, imbarazzanti come possono essere quelli in cui ti aprono la porta del cesso che non hai chiuso a chiave mentre ti stai pulendo il culo dopo una bella e rilassante cagata.
‘mmm… al Reina Sofia’ finalmente rispondo, ricordandomi un’indicazione che avevo visto di sfuggita mentre andavamo in metropolitana verso uno dei parchi designati ad ospitarci. Ma istantaneamente sono stato preso dal panico nel caso questo ospedale non avesse un reparto di oculistica e la cosa fosse così evidente che perfino il cretino che avevo accanto lo sapesse.
‘Ah sì, ho sentito dire che gli spagnoli stanno facendo miracoli in tutto quello che ha a che vedere con gli occhi’ mi dice. In quel momento l’avrei baciato, nonostante fosse brutto come la fame e apertamente omofobo. ‘Parole sante, non fanno altro che miracoli’ dico con un enorme sorriso trionfale girandomi lentamente verso il maledetto plasma che finalmente iniziava con il suo tedioso e statico lavoro.

Il responsabile di produzione continuò parlando della necessità di far fare meno ore ai lavoratori dei nostri reparti ma mantenendo il solito ‘standard di qualità’ che ci distingue, preferendo meno personale ma offrendo un servizio adatto ad un nome come il nostro...
Sentite queste sagge parole anch’io ho preferito una cosa: seguire nei miei ricordi. Almeno erano concisi e potenti e non fiabeschi e inconsistenti come i responsabili consigli produttivi che uscivano dalla sua bocca. Erano talmente fuori dal mondo che per un momento ho pensato che forse l’anziano signore aveva il cervello grande come un chicco di riso e senza dubbio ce l’aveva ficcato nella lingua, non nella scatola cranica come tutti gli altri. O quasi tutti.

2.
La partenza per l’Expedition a Madrid era da Milano Malpensa il giorno di Halloween. Dovevo prendere l’eurostar delle diciannove e un quarto da Santa Maria Novella. Tre ore fino a Milano Centrale in treno e dopo un’altra ora fino all’aeroporto con l’autobus. Il terribile mal di testa che mi accompagnava da giorni era lì presente, si sentiva in gita scolastica. Era così forte che riuscivo a vederlo aggrappato felice alla finestra a guardare il buio paesaggio che correva a scatti dal finestrino. Dondolando come un ubriaco qualsiasi, sono arrivato nella carrozza numero cinque, quella col ristorante, dove con un succo di pera ho buttato giù tre moment act da 400 mg l’uno. Già nella mattinata ne avevo presi altri quattro, chissà con quali conseguenze per il mio stomaco. Ma era talmente potente che avrei preferito un buco nel duodeno che avere altri dieci minuti di quel tormento.

‘Informiamo i signori viaggiatori che per investimento nella stazione di Lodi, siamo costretti a fermarci nella stazione di Piacenza a tempo indefinito’ si sentì dagli altoparlanti. Una povera ragazza era scivolata dal binario, particolare però che ancora non sapevo, e pensando all’inopportuno suicidio di qualcuno proprio sulla mia linea, più il male che sentivo e che tante pastiglie non riuscivano ad abbassare, non ero proprio di buon umore e non mi passava per la dolorante testa sentire pietà per la sorte di nessuno. Ecco, pensai, adesso perdo la coincidenza con lo shuttle e dovrò prendere un taxi che mi costerà un occhio. Ma credo lo pensarono anche le 50 o 60 persone scese con me alla stazione piacentina a fumarsi una sigaretta e che all’unisono parlavano al cellulare, spiegando il ritardo e cercando di risolvere con chi c’era dall’altra parte della linea il ‘terribile problema’ che li si presentava davanti. Solo arrivando a Milano Centrale abbiamo saputo dell’incidente e come era giusto che fosse, i nostri ‘terribili problemi’ si sono immediatamente ridimensionati.

Sommerso dai sensi di colpa, mi augurai di non trovare più lo shuttle e di essere costretto a sborsare mar di quattrini per pagarmi il taxi che mi avrebbe portato a Malpensa e allo stesso tempo mi avrebbe lavato della mia mancanza di sensibilità davanti a una così terribile tragedia. Nonostante questa botta di coscienza il mal di testa finalmente si placò. Forse era solo stanco del viaggio, come lo ero anch’io. Sono di nuovo riuscito a pensare all’Expedition che stavo per compiere, alle persone che stavo per conoscere e con le quali erano mesi che parlavo nel forum. Di loro non conoscevo né nome né viso. Solo il cosiddetto nickname. Io lì mi chiamo colle e sono il più vecchio di tutti. Questo fatto, insieme a quello di essere da lì a poco all’interno del gruppo e dover passare con loro la notte di halloween dentro l’aeroporto senza mai averli visto prima, mi ha fatto venire l’ansia. Che ci faccio io qui? Ho quasi quarant’anni, il più vecchio di loro avrà sì e no 25… ma cosa mi è saltato in mente? I miei amici hanno ragione, mi sono talmente rincretinito con questa storia delle montagne russe che mi sono dimenticato di non avere più 20 anni. Dovrei essere in partenza per un weekend di turismo artistico o storico in una bella città come Madrid, non certo a rinchiudermi in due banali, popolari e brutti parchi divertimenti...
Nel frattempo le ferrovie avevano deciso di deviare il treno per una via secondaria, allungando il mio arrivo di un’ora e mezzo e portandomi, insieme alla mia ansia, nei dintorni di Voghera, con dietro una busta di carta piena di cibarie varie che avevamo programmato di mangiare tutti insieme una volta arrivati in sala d’attesa. Arriverò in piena notte con tutto questo cibo, ho pensato, ovviamente avranno già mangiato e rimarrò lì impalato come un idiota con la mia ordinata busta piena di formaggini e salsicciotti mentre loro mi guarderanno allibiti e già preoccupati per aver detto di si a questo stempiato sconosciuto, permettendogli di intromettersi nel loro gruppo affiatato.
Non avevo finito di pensare a tutto questo che il mal di testa si risvegliò e tutto contento ricominciò a farsi sentire di brutto.

3.
A Milano c’era la pioggia e non c’era lo shuttle. Grazie al vuoto nel capolinea del pullman il mio senso di colpa si alleggerì lievemente ma in testa avevo semplicemente un trapano a percussione. Zaino pesante, borsa a tracolla e busta di carta incorniciavano il bel quadretto che io ero. Il tutto ovviamente sotto l’acqua. Tristissimo. E avevo fame. Mi sono ricordato che erano più di 15 ore che non mangiavo niente. Mi ero svegliato molto presto, avevo lavorato fino alle 3 del pomeriggio, ero corso a casa a preparare le cose da portare con me in viaggio, ero andato a comprare il contenuto della borsa di carta, cercar di dormire almeno una mezz’ora vista la nottata di halloween che mi aspettava, cosa tra l’altro per niente riuscita, salutare il mio compagno prima di partire… insomma, ero stanco e affamato. Ecco chi aveva creato il mal di testa: io stesso. Non concedendomi niente da mangiare gli ho dato spazio per svilupparsi. Mangio quello che ho nella busta, pensai. Ma se arrivo e ancora non hanno iniziato la cena? Meglio lasciare il contenuto della busta in pace e camminare alla ricerca di qualcosa di aperto che mi offra alimento e glielo tolga all’insistente e continuo mal di testa che non mi vuole abbandonare. Di aperto c’era solo il Mc Donald’s davanti alla stazione.
Il happy meal si è rivelato un’arma potentissima e mortale. Non per me; per me lo diventerà quando le sue innate tossine, fra alcuni anni se continuo a mangiarlo una volta al mese, mi faranno venire un tumore grande come una casa nonostante nelle salviette ci sia scritto ‘I rapporti nutrizionali che ti offre Mc. Donald’s’. Si è rivelato mortale per il martello pneumatico che ormai stava per trapassarmi dall’altra parte del cranio.
Nel giro di 5 minuti il mal di testa sparì. Sigaretta sotto il tendone davanti al fast food e di nuovo corsa sotto la pioggia verso la fermata dello shuttle che doveva partire da lì a un’ora. Ma non avevo più dolori di nessun genere e tutto mi apparve bello ed emozionante. Partivo alla ricerca dei miei amati roller coasters…
Mentre correvo stavo per buttare nella spazzatura la scatoletta di moment act, quel misero perdente davanti a un plasticoso ma spietato cheeseburger per bambini, ma un lampo di tirchieria, e purtroppo di veggenza, me lo impedirono.

4.
Durante il viaggio in pullman verso l’aeroporto sono riuscito a dormire. Poche decine di minuti che mi servirono per caricare il corpo e scaricare la tensione. Avevo preparato tutto. Spazzolino, ciabatte, caricatori per i cellulari, pigiama e perfino un lucchetto che doveva servire per salvaguardare questi tesori nei box che avevo letto erano a disposizione nelle camere del nostro albergo. Ero preparato a salire su nuove tipologie di coasters, su cui fantasticavo da settimane come quando sei bambino e ti promettono che ‘fra 15 giorni ti portiamo al circo’. Ero preparato a dormire in ostello con altre 5 o 6 persone in camera, a mangiare dove capitava, a condividere bagni e docce, a dormire poco, insomma, ero preparato a molte cose ma non a passare un fine settimana con ragazzi quasi sconosciuti e con quasi la metà dei miei anni.

Sceso dallo shuttle, un po’ spaesato, presi tutti i miei averi e mi incamminai verso le porte del terminal numero due. Mi fu sufficiente un rapido sguardo per trovarli. Erano tutti insieme fra due file di poltrone con in mezzo una montagna di sacchetti di patatine fritte, coca-cola, marshmallows e quant’altro. Feci un sospiro di incoraggiamento e con passo firme e lento mi diressi verso il compatto gruppo. ‘Ciao a tutti’ dissi in questa occasione, sperando qualcuno avesse visto le poche foto che avevo postato nel forum proprio per farmi riconoscere. Uno di loro sorridente mi rispose con un ‘ciao’ flebile e interrogativo. Capendo che le foto non avevano fatto il suo dovere, decisi allora di farlo io. Alla prima ragazza che ho visto davanti a me l’ho riconosciuta dalle sue di foto. ‘SaruZ … tu sei SaruZ, vero?’ ‘Certo’ mi rispose. ‘E io sono colle’. Strette di mano a tutti e amabili saluti. Ma qualche sguardo scrutatore mi cadde addosso. Solo uno di loro, pochi minuti dopo, ha avuto il coraggio di chiedermi qualcosa sulla mia vistosa cicatrice sul collo: ‘Cosa ti è successo?’ mi chiese Vespertine82. Avrei voluto fare lo spiritoso e rispondergli ‘Sai, nella mia città la vita è dura e il coltello è facile’ ma meno male mi sono trattenuto, non ero in vena di battute. Semplicemente gli dissi la verità parlando delle due ciste levatomi un po’ di tempo fa da un dottore-macellaio. La spiegazione durò pochissimo, Vespertine82 diventò bianco e per poco non mi sviene davanti chiedendomi i suoi Sali.

Ormai ero lì e la cosa migliore che potevo fare era godermi il momento. Ma la consapevolezza di essere ancora un estraneo fra quei ragazzi fece sì che la mia timidezza prendesse il sopravvento e rimanesse in silenzio per molto tempo. Non feci domande a nessuno e mi limitai a sorridere e rispondere con un sì o un no o al massimo con un ‘Sono di Firenze’ alle domande che qualcheduno mi porse. Consegnai a ognuno di loro due spille di quelle che avevo creato apposta per l’occasione. Volevo si rendessero conto di quanto importante era per me l’Expedition. Eravamo tutti emozionati. Io più di loro visto che non ero lì per i roller coasters e basta. Ero lì perché finalmente avevo trovato un gruppo di persone con il quale potevo dare sfogo a questa passione e non sentirmi così strano per i miei ‘eccentrici’ gusti. Ma era difficile entrare per uno riservato e timido come me, consapevole anche troppo della differenza di età e così poco propenso alle novità, soprattutto quelle sociali.
A peggiorare le cose si mise ancora una volta il mal di testa. Non molto forte ma abbastanza da farmi prendere un po’ di spumante insaporito all’ibuprofene. Nelle ore seguenti l’atmosfera però divenne più rilassante. Ho iniziato a vedere i ragazzi da un altro punto di vista, più da vicino. Ho notato come scherzavano fra loro, parlavano delle montagne russe che avevano fatto, di quelle che dovevano fare in Spagna, perfino degli ultimi giochi e programmi che avevano scaricato nei loro computer. Erano tutte conversazioni rassicuranti.
Alcuni si avvicinarono a informarsi sui miei gusti ‘coasteriani’, a rispondere e spiegare con infinita pazienza alle mie tante domande sul tema. Piano piano anch’io iniziai a rilassarmi, a sentire come il mal di testa andava via e nonostante l’emozione e le novità, sono riuscito anche a dormire un po’ su quelle scomode poltrone.

5.
Primo Novembre Duemilaotto. Madrid. Bella, accogliente e ordinata. L’ultima volta che c’ero stato era il lontano 1992 con i miei genitori. E la ricordavo sporca, disordinata e triste. Per niente invitante. Invece questa volta era splendida, lustrata a nuovo e sembrava tutto fatto apposta per il nostro arrivo. Mi sono venute in mente le parole degli amici sul fatto di rinchiudermi in due parchi e non godermi questa allegra città. Ne varrebbe la pena farlo, pensai. Il programma dell’Expedition prevedeva due giorni di parchi e il terzo di turismo per Madrid, ma per me quest’ultimo era vietato. Il controllo di produzione in ditta mi obbligava ad abbandonare i ragazzi con quasi 24 ore d’anticipo e prendere l’aereo da solo per l’Italia. Niente gita turistica per la città. Ma per essere il mio primo viaggio di questo tipo, due parchi ‘banali, popolari e brutti’ erano più che sufficienti, promettendomi di tornare presto col mio compagno a fare i turisti ‘seri’.
Sistemati i bagagli in albergo e adempite le esigenze burocratiche alla reception, ci incamminammo tutti verso il Parque de Atracciònes de Madrid. Due dei ragazzi, che con incredibile capacità avevano organizzato tutto, ci portarono per i meandri della metropolitana di Madrid come se percorressimo i corridoi di casa loro, tanto si muovevano sicuri. Avevano programmato tutto, orari, prezzi, treni, ingressi e tutti noi ci sentivamo al sicuro. Bastava seguirli. Non c’era nemmeno bisogno di domandarsi nulla. Ci lasciavano liberi di ammirare tutto e di non pensare nemmeno dove ci trovavamo, solo ammirare il panorama e riempirci di trepidazione aspettando il primo parco, il primo coaster.

Arrivammo al Parque de Atracciònes con quasi quaranta minuti d’anticipo rispetto all’ora d’apertura. Non c’era quasi nessuno, solo qualche spaesata coppia madrileña con due o tre bambini mezzo addormentati. Per passare il tempo a qualcuno è venuto in mente di percorrere la cancellata esterna del parco. Magari si vede Abismo, si giustificò. L’unica cosa che siamo riusciti a vedere fu un bosco di pini con in mezzo un percorso di fango. A me non importava niente, ero al settimo cielo e non sentivo né fame, stanchezza né ansia. Del mal di testa neanche l’ombra ed ero veramente contento di trovarmi lì con tutti loro.

Entrammo. Il Parque si rivelò un po’ più grande di un grosso luna park. Con le solite attrazioni da luna park e in più qualche accorgimento che lo facevano stare solo un gradino al di sopra di un luna park. Ma in mezzo c’era Abismo. E nessun luna park al mondo possiede un Abismo. Roller coaster veramente strano e invitante, con la sua imponente torre nera e i suoi arancioni binari che avevo ammirato mille volte in mille pagine su internet. Era lì davanti a me, compatto e aggrovigliato. Né bello ne brutto, solo molto strano. Il treno era per un massimo di 12 persone. Ho scelto di fare il secondo viaggio e con nonchalance rimassi indietro al gruppo per non far vedere così di primo acchito la mia immensa paura. Tranquillizzato dal raggiungimento del mio scopo, ho potuto ammirare il viaggio dei miei compagni e vedere dal di sotto le loro emozioni. Sono rimasto incantato e spaventato dal suono di questo coaster. Potentissimo. La verticale della lift faceva paura ma soprattutto mi spaventava la fine di questa lift. Il trovarmi rovesciato parallelo al pavimento a molti metri d’altezza… e le protezioni, reggerebbero il peso? Non erano di quelle scomode ma rassicuranti che ti avvolgono tutto il corpo. Erano dei serpentoni imbottiti che ti chiudevano ermeticamente il bacino e sopra ti lasciavano libero di morire di paura.

Adesso era il nostro turno. Non capivo niente. Ancora non ricordo chi avevo accanto a me. Seduto su quello che veramente sentivo come il ‘trenodellamorte’, la prima cosa che feci fu chiudermi nella protezione così forte che non riuscì più a respirare. L’addetto premette qualche bottone e il marchingegno inizio a muoversi. Salimmo piano, in perfetta perpendicolarità rispetto al terreno. La salita è unica, diversa da tutto quello che avevo fatto fino allora. E la fine della lift è terribilmente e spaventosamente bella. Mi è mancato il fiato, avrei voluto in quell’istante non trovarmi lì. Ma poi il treno, abbandonando l’aiuto delle catene, iniziò a scendere. E c’era quella strana inversione, lo sky loop, che fu una delle cose che più mi impressionarono di tutta l’Expedition. Torsione malata e meravigliosa, senza supporti e tremante al passaggio del treno. Unica. Il resto del percorso è bello, fluido e veloce. Peccato il freno alla fine della corsa visto che l’aggancio con la catena ti riporta dritto nella realtà in maniera alquanto violenta. Come sempre il primo viaggio lo feci con le mani saldate alle protezioni. Veramente morivo di paura. Emozione pura. Alzare le braccia e fare finta di sentirmi subito a mio agio non fa per me. Penso di averlo fatto solo al quarto o quinto viaggio, non prima. Per carità.
Di solito a questi apparecchi li si dà un voto. Nella mia mancanza d’esperienza e non avendo provato molti coasters in vita mia, non ero sicuro che voto dargli. Sapevo solo che mi era piaciuto molto. Ma dopo averlo fatto una dozzina di volte mi sono dato delle arie e gli ho dato un 8,5. Se li meritava.
Dopo passammo a Taràntula, spinning coaster che senza dubbio fu molto più divertente dell’unico coaster dello stesso tipo che conoscevo, quello di Europa Park in Germania. Bellissimi trenini, piccoli e divertenti. La lift è velocissima, in due secondi ti trovi in cima pronto per una discesa inaspettata e mozzafiato; bello da fare all’indietro con i suoi cambiamenti improvvisi, rapido e lungo, molto ‘ignorante’. Insomma, questo bel coaster è un gioiello che nella sua categoria m’immagino sia fra i primi. Voto: 7,5
Il resto del parco è come dicevo un grosso luna park. Non mi ha detto un granché. I ragazzi sono riusciti a convincermi a salire sulle mie odiate torri. Era un’Intamin non altissima sulla quale sono salito per niente convinto e con gli occhi chiusi. Le Free Fall Towers non mi divertono e mi offrono solo incomodità e timore. Niente vera adrenalina come quella donata generosamente d’Abismo e da altri coasters. Queste torri non mi danno niente. Forse solo non le capisco, sarà un problema mio. Comunque con le torri ho chiuso.
La giornata è passata fra questi due coasters, fatti di continuo senza stancarmi, in compagnia di alcuni dei ragazzi dell’Expedition ai quali come me piacciono quasi esclusivamente i coasters, divertendoci da matti sapendo che passerà del tempo prima di poterci ritornare, e alcune passeggiate per i viali del parco. Non sono molto tematizzati, pochi fiori e le piante non sono spettacolari. Altre attrazioni meno importanti e meno attraenti le feci. Cose molto ‘trash’, come giustamente le chiamano alcuni componenti del gruppo, quelle cose che per ‘snobismo’ non guardo mai quando sono in un parco, ma che avevano molti ammiratori fra i ragazzi e fate così in tanti diventano veramente divertenti. Il parco non è bellissimo, la ristorazione fa pena e ormai nel gruppo abbiamo il motto ‘cerrado por revisiòn’ visto che questa scritta c’era ovunque in maniera ossessiva appiccicata sulle cancellate di molti apparecchi. Una su due le attrazioni del Parque de Atracciònes de Madrid erano chiuse.

In realtà al Parque c’era un altro coaster, Tornado, anch’esso della ditta costruttrice Intamin, ma essendo di una tipologia che a me piace molto, un inverted, mi aspettavo il mondo e invece fu terribilmente noioso, vecchio e sgangherato. Ma non c’era spazio per le delusioni; se Tornado non si era rivelato all’altezza potevamo comunque fare Abismo e Taràntula quante volte volessimo. E io non dimenticherò facilmente questi due coasters, valevano da soli l’ingresso al Parque.

6.
Arrivati in albergo fu il turno della scelta gastronomica serale. Eravamo stanchi morti dopo la nottata in aeroporto e la giornata al Parque. Un minuto di relax in camera mentre molti facevano la doccia mi permise di fare il punto della situazione su quello che stava accadendomi: ero a Madrid, con un gruppo di ragazzi appassionati come me di roller coasters, tutti simpatici e aperti alle nuove ‘reclute’. Avevamo fatto un parco madrileño con due fantastiche montagne russe e mi sentivo proprio bene. Chiusi gli occhi e mi immaginai i ‘pov’ personali registrati nella mia mente su Abismo, con un sorriso stampato in faccia. Tutto questo lo feci mentre ero adagiato sulla mia branda, la parte di sotto di un letto a castello dove sopra c’era niente meno che uno dei due ragazzi artefici dell’Expedition, Penny, che nonostante la stanchezza e le ore in piedi, era già pronto e inquieto decidendo dove e cosa farci mangiare a Madrid.
Com’era ovvio non siamo riusciti a metterci d’accordo sul mangiare. Io sono quello che si chiama un’ottima forchetta, mangio di tutto ma trovandoci in Spagna avrei preferito cibo locale. Quasi tutti volevano mangiare nel Mc Donald’s lì vicino. Se gli altri 19 componenti dell’Expedition avessero deciso di mangiare nel fast food, avrei dovuto mettermi l’anima in pace e seguirli. Ma ho trovato risposta, quasi senza domandare niente, nella decisione presa da Penny e da Twilight Man di andare a mangiare jamòn serrano e formaggi iberici. Il gruppo si è diviso e noi tre ci avviamo verso ‘El Paraìso Del Jamòn’ dove fra quesos, champiñones al ajillo, jamònes y chorizos siamo rimasti più che sazi. Finito di mangiare ci siamo separati già che uno voleva fare un salto al casinò, l’altro voleva andare in camera e io dovevo cercare le sigarette che ormai scarseggiavano dentro la mia tracolla. Anche una bottiglia d’acqua dovevo trovare, nel caso ne avesse bisogno la notte per le mie ormai inseparabili pastiche di moment act.
Preparato per la notte, anch’io arrivai in camera, mi spogliai e fece una lunga e caldissima doccia che lavò la poca tensione e la quasi inesistente ansia che rimanevano ancora attaccate a me.
La notte fu addobbata da un tafferuglio alquanto rumoroso. Sedie volarono e insulti in spagnolo inondarono l’hostal. Ragazze di altre stanze e non appartenenti al nostro gruppo decisero di fare a pugni fra loro. O con altri, non lo so. Non ci feci caso. Potevano anche cavarsi gli occhi, problema loro. Io ero sul mio letto, con tutto pronto per un’eventuale visita del ‘signormalditesta’, ero stato su dei meravigliosi coasters in compagnia di ottime persone e avevo fatto una rilassante doccia calda. Cos’altro? Niente, dormire felice e beato. Quelle fuori potevano anche uccidersi fra di loro, tanto a me, quando dormo, i rumori non disturbano.

7.
‘Ora di alzarsi’ disse Penny la domenica mattina, toccandomi leggermente il braccio quasi con paura di disturbarmi troppo. ‘Buongiorno’ dissi a lui, a Twilight Man e a MatteoCrepaldi, i miei tre compagni di stanza. Nel ‘pacchetto’ la colazione era compresa nel prezzo ma fortunatamente avevano deciso di fare colazione altrove. Questa si rivelò veramente buona, con croissant alla piastra e marmellate deliziose in un bar a pochi metri dall’hostal. E caffè! Erano giorni che non ne prendevo nemmeno uno, per via del mal di testa e l’ansia da Expedition.
Anche questa volta Blastaman e Penny avevano tutto sotto controllo. Potevamo seguirli fiduciosi. Le nostre due ‘chiocce’ ci portarono nella più totale sicurezza, senza dubbi né incertezze, verso San Martìn de la Vega, località dove si trovava il parco divertimenti scelto per quel giorno. Noi pulcini prendemmo posto sulla bella e ordinata metropolitana di Madrid, felici ed eccitati d’incontrare i nostri supereroi dell’infanzia. Cambiammo treno alla stazione di Atocha e prendemmo quello diretto al ‘Parque del Ocio’. Durante il tragitto parlai al cellulare col mio compagno, il quale alla fine di ogni mia spiegazione delle cose fatte il giorno prima, rispondeva con un secco e ripetitivo ‘ma tu sei pazzo, pazzo e malato!’
Anche qui si arrivò in anticipo rispetto all’apertura. Approfittammo per fare le consuete foto di gruppo e questa volta avevamo addosso la bella maglietta creata apposta da Dodo1 per l’Expedition. Orgogliosamente mi aprì il giubbotto quando mancarono 3 secondi per lo scatto: Expedition Madrid 2008!

Parque Warner Madrid. Signor Parco; niente a che vedere con il luna parkone del giorno prima. Tematizzazione e piante a gogò. Viali, vialetti, case, casette, negozi, bar, ristoranti e, ahimè, gli immancabili pupazzi di gommapiuma. Ma questa volta era Tom e con i gatti ho molta confidenza. Fotto di gruppo con Tom, senza Jerry, e corsa verso le nostre ‘giostre’. Eccitazione pura fra noi. Molti eravamo in quel posto per la prima volta e non vedevamo l’ora di salire su Superman, Batman, Stunt Fall, Coaster Express e altri. Ma l’eccitazione durò poco: Coaster Express e lo Stunt Fall erano chiusi per non so quale maledetta ragione. Alcuni davano la colpa al parco dicendo che spendevano poco in manutenzione, cosa alquanto inquietante, e altri semplicemente andavano più in profondità dicendo che la Vekoma, ditta costruttrice di uno di questi aggeggi, era una porcheria. Io, vedendo che il parco era tenuto benissimo e non conoscendo i dietro le quinte delle ditte che progettano i coasters, non ci feci molto caso. Mi ero informato su Superman La Atracciòn de Acero e Batman La Fuga ed erano aperti e perfettamente funzionanti. Mi bastavano quelli.
Certo, un po’ mi dispiacque per il boomerang Stunt Fall, tipologia mai fatta e molto adrenalinica per quello che avevo sentito dire, ma il floorless erano giorni che mi ossessionava.
Non mi ricordo l’ordine con cui abbiamo iniziato il giro, ma la cosa che ricordo perfettamente è l’impronta stampata a fuoco nel mio cuore dopo essere sceso da Superman. Questo imponente B&M, un’altra ditta di ingegneri pazzi che costruisce roller coasters, si trova ad un’estremità del parco. L’ingresso ricrea gli uffici del Daily Planet dove Clark Kent e la sua ‘non pero si’ corrisposta amata Lois Lane lavorano come giornalisti. La fila si muove fra le loro scrivanie, i loro vecchi telefoni e le loro ingombranti macchine da scrivere, che una registrazione a tutto volume con i rumori inseriti fa sentire come veri e funzionanti. Ti aspetti di vederli uscire dai loro uffici con dei fogli in mano da un momento all’altro.
Il coaster è bello, enorme e come in quasi tutti i treni della B&M sono presenti 8 file da 4 posti ognuna. I binari gialli, rossi e blu si vedono benissimo nella loro incredibile lunghezza da un punto creato apposta dal parco solo per poterli ammirare nel loro splendore: El Mirador. Aspettiamo non molto in fila, il parco è quasi vuoto. Rolando, uno degli addetti a caricare il treno, ci fa un cenno con la testa ed entriamo nella sala in gruppi di 4 persone. Io vado in penultima fila. Arriva il viaggio precedente, scendono i passeggeri e aprono i cancelletti. Depositiamo i nostri averi nei box e ci sediamo ognuno nel nostro sedile. Ero fra Cinzia e suo fratello Frodo. Capiscono la mia emozione, mi guardano e mi chiedono: ‘Tutto bene?’ io sorrido e rispondo di si con la testa. Non poteva andare meglio.
Dopo esserci ancorati ai sedili il pavimento sparisce. Gli addetti si fanno dei cenni fra loro, col pollice in alto e il treno inizia a muoversi. Usciamo dalla stazione e nella curva per prendere la salita c’è una piccola discesa. Già in quella ho sentito un leggero vuoto allo stomaco che non ha fatto altro che insaporire ulteriormente la giornata. Ero su questo mega floorless coaster per la prima volta e la mia sensazione era quella di voler rimanerci per sempre. Arrivando in cima alla lift, a cinquanta metri d’altezza, Cinzia fece una cosa che la ricorderò sempre: mi prese la mano, mi guardò e mi disse ‘vedrai come ti passa qualsiasi dolore e ansia dopo aver fatto questi coasters’ la guardai per ringraziarla di cuore e dirle a voce ‘grazie’ ma la discesa non me lo permise.
Il fatto di essere negli ultimi posti sul treno fece si che la velocità e il vuoto prendessero il sopravvento su tutto. Anche qui sono rimasto senza fiato. Adoro gridare a squarciagola nei miei primi viaggi ma non sono riuscito a dire niente. Lacrimavo e sentivo il mondo che girava impazzito intorno a me. Il loop, altissimo, mi sembrò senza fine, era tutto come al rallentatore. Anche qui il suono era bello e forte, potente. Ho volato su Superman, e lo posso dire in senso letterale; la sensazione che ti offre è quella, volare, velocissimi e comodissimi. Niente scossoni ne frenate brusche, tutto liscio e molto fluido. E lungo, lunghissimo questo percorso, pieno zeppo di figure fantastiche che una dietro l’altra non facevano altro che regalarmi emozioni fortissime, sensazioni di assoluta felicità e spensieratezza. Arrivati in stazione mi resi conto che l’avevo fatto tutto con le braccia alzate. Cinzia non aveva mai lasciato la mia mano durante il percorso e mi aveva fatto fare per la prima volta una montagna russa senza essere aggrappato alle protezioni come un disperato sempre la prima volta che la provo. Ero felice come pochi ed ero sicuro di volerlo fare molte volte ancora. E lo feci. Più di quindici. Le ultime le feci in ‘one click’, pazzia che si sono inventati i ragazzi e consiste in lasciare uno spazio enorme fra la protezione e il corpo, così da rimanere più liberi e ballarci dentro sentendo più intensamente le sensazioni adrenaliniche di questi cosi. In uno degli ultimi viaggi su Superman, Twilight Man mi prese in contropiede distraendomi mentre si abbassavano le protezioni e non mi resi conto che praticamente ero in ‘quasi zero click’ libero di volare di sotto alla prima curva. Sarei volato via comunque felice, giacché furono viaggi ancora più belli. Non l’avrei mai detto, sono uno che con le protezioni non ci scherza neanche. Le chiudo sempre fino a che queste mi tolgono il respiro. Solo così mi sento al sicuro.
Devo molto alle ditte che fanno questi coasters, molto ai parchi che li comprano ma quasi tutto a questi ragazzi che in mille modi hanno fatto di tutto per farmi sentire bene nella mia prima Expedition.
Voto 10 puro. A Superman. E a tutti.

8.
Adesso era il turno di Batman La Fuga, inverted anche della B&M che presentava due loop. La mia esperienza in questa tipologia di coasters si limitava a Katun di Mirabilandia e Blue Tornado di Gardland. Lasciando stare quello sul lago che non ha fatto altro che battermi la testa e regalarmi mal di schiena continui, quello a Ravenna per me era stato il più bel coaster della mia vita. Katun è incredibile, unico e possente. Ma questa mia nuova conoscenza, Superman, metteva in discussione le mie poche certezze in materia. E Batman? Questo mio personaggio idealizzato da quando avevo 5 anni, se non meno, era rappresentato da questo bel coaster immerso nel verde. L’ingresso di questa montagna russa in quei giorni di halloween era occupato da una specie di ‘casa dell’orrore’ che però non fece paura a nessuno di noi. Solo gente che faceva da zombie con la faccia dipinta di rosso a mo’ di sangue e dallo sguardo per niente angosciante. Meno male c’era un gruppetto di ragazzi sudamericani subito dietro di noi che gridavano disperati. Perfetto per alimentare l’ego a questi poveri attori ed evitare loro il licenziamento immediato.
Il coaster si rivelò all’altezza delle mie aspettative. Forte, veloce e per niente scontato. La lift è in linea con la stazione, cosa che mi è sembrata un po’ sbagliata. Mi piacciono le curve prima della salita. Ma sarà questione di spazio, pensai. Ero in seconda fila e nonostante questo riuscì a vedere una buona parte di parco da lì. La discesa fu bella come sono belle le discese B&M e la loop stretta e potente. Subito mi vennero in mente i cartoni animati che guardavo da bambino tutti i sabato mattina nel salotto di casa: i superamici. Mi sono immedesimato in Batman o meglio ancora in Robin. Adoravo Gotham City, così buia e misteriosa. Già da piccolo la storia fra Batman e Robin non mi tornava un granché, lì gatta ci covava. E questo fatto, ricordo, mi esaltava non poco.
Ma qui non c’era Robin e tanto meno il tempo di mettermi a scrutare sulla vita sessuale dei miei supereroi infantili. Ero lì che gridavo felice e cercavo di trovare similitudini col mio amato Katun. Da un punto di vista tecnico ce n’erano molte. Da un punto di vista romantico poche. Comunque, per me Katun è un 9,00, Batman un bellissimo 8,00.
La seconda loop è per ‘forza di forze’ meno intensa, ma il coaster ha un percorso oliato, piuttosto veloce e in ultima fila vale la pena ripeterlo diverse volte. Riassumendo l’ho trovato intenso al punto giusto, abbastanza compatto e anche per questo molto adrenalinico.
A differenza del Parque de Atracciònes, qui al Warner la scelta dei luoghi dove mangiare era ampia, dal panino al ristorante. Questa volta Penny ci abbandonò e con Twilight Man siamo andati a mangiare le costolette, solo noi due. Erano buone, finte e saporite. Perfette come pranzo in un parco divertimenti. Tutti gli altri corsero a mangiare panini. Dopo pranzo avevamo appuntamento in un punto d’incontro per decidere il da farsi. Io sarei voluto partire subito con il gruppo dei coasters ma l’invito da parte di uno dei componenti del gruppo ‘trash’ me lo impedì. E si è rivelato un’ottima scelta. Sono stato nella casa di Bugs Bunny con non poca trepidazione; non ero mai stato nell’abitazione di una star. Certo, la star in questione, con sguardi ammalianti e cosce di ferro illuse il povero Vespertine82 facendolo sentire ormai fidanzato con un personaggio dello star system, per poi traumatizzarlo di spavento, delusione e realtà. Il famoso coniglio si è rivelato una donna. Ma questa è un’altra storia.
Ho anche fatto le corse nelle macchinette a 10 km l’ora, ho fatto il Rio Bravo in prima fila e soprattutto ho partecipato alle rapide nelle quali qualcuno aveva detto ‘in questa attrazione non ci si bagna’. Al di là del fatto che la mia macchina fotografica, grazie alle bagnate rapide dove non ci si bagnava, era andata in coma e io ero bagnato fradicio, posso dire che fu un tour veramente divertente.
Il pomeriggio lo spesi in viaggi su Batman e soprattutto su Superman. In quest’ultimo coaster la sensazione era che più lo facevi più ti piaceva. Era come una droga. Meno male era in Spagna perche se fossi stato in Italia, visto l’andazzo e la facilità al divieto, lo chiuderebbero subito: crea dipendenza.

9.
Ormai l’Expedition per me stava finendo. Il giorno dopo avrei preso l’aereo che mi riportava in Italia, lasciando i ragazzi in gita turistica per Madrid. Per essere sincero la cosa mi metteva non poca tristezza. Era la mia prima Expedition e avrei voluto farla fino in fondo. Anche perche la compagnia era eccellente. Chissà quanti motivi di divertimento avrebbe portato il fatto di andare in giro per la capitale spagnola insieme a tutti loro. Ma non c’era niente da fare. Il lavoro, le mie responsabilità e un noiosissimo e inconcludente controllo di produzione, mi aspettavano.

L’ultima sera dopo cena uscimmo un piccolo gruppo per i dintorni dell’hostal. Arrivammo fino al super illuminato Palacio Real dove a Hermy, per la buona riuscita di una delle foto di gruppo, non le venne in mente niente di meglio di chiedere a sua Altezza Reale di ‘spegnere l’abat-jour, por favor’ fra le risate generali. Camminammo fino ad una piazzetta dove ci impossessammo delle panchine e senza programmarlo iniziò un torneo d’agilità. Ago batté tutti. O Penny? Non ricordo, forse Lore1991. Quello che ricordo è che con Loste91, parlando della Mad House e della sua proprietaria Isabel, ridemmo a crepapelle progettando il nuovo gadget che avrebbe fatto furore nella stagione 2009 del parco Warner.

Tornati in albergo, trovai ancora molti componenti dell’Expedition in piedi. Colsi l’occasione per salutarli come era dovuto. Mi avevano fatto vivere un fine settimana bellissimo, molto divertente. Mi avevano accolto senza problemi. Ero in debito con loro e molto emozionato. Quelli che erano in giro per l’albergo li beccai e fra baci e abbracci fu un arrivederci caloroso. Quelli che erano già in camera subirono un’intromissione da parte mia perfino nel loro letto. Per poco non mi sdraio accanto a Vespertine82 per salutarlo e dirgli quanto ero stato contento di conoscerlo. Dopo fu il turno di SaruZ, di Katunandri, di Blastaman e di tutti gli altri. Ero commosso e riconoscente. Avrei potuto aprire i rubinetti e mettermi a piangere. Era meglio uscire subito dalla loro stanza. Ormai ho una certa età.
Fino allora, in maniera scherzosa avevo soprannominato alcuni componenti del forum i miei Guru. Mallory e Phantom, che con molto mio dispiacere non erano potuti venire in Expedition, erano due di loro. Adesso che avevo fatto due giorni e mezzo con tutti questi ragazzi, il mio ‘parco Guru’ era diventato enorme. Niente avrebbe potuto rovinare questa esperienza. Neanche il terrorismo fatto dai diversi meteo che nei giorni precedenti alla nostra partenza ci intimorivano annunciando tempeste, fulmini e tormente sulla penisola iberica. Invece ci fu un tempo splendido. Neanche il mal di testa che mi bombardava il cervello e che mi ha fatto stare per niente in forma ma che non si ripresentò più durante la visita ai parchi. Neanche il fatto di sentirmi fuori luogo e fuori età davanti a tanti ragazzi. Niente. Tutto fu adrenalinico e unico. Furono tutti ‘pazienti col vecchio’ come gentilmente avevo chiesto. Adesso sono immensamente riconoscente al gruppo, alle loro risposte, ai loro consigli, ai ripetuti ‘come va?’ ai ‘ti diverti?’ alle risate, alle camminate, agli ‘accompagnamenti’ preso per mano nei momenti di eccitazione totale, alle chiacchierate, ai giri fatti con l’inganno in ‘one click’, ai commossi saluti e soprattutto ai ricordi. Ricordi che mi fanno stare bene, consapevole di avere ben speso tempo e soldi in una vacanza come quella. Grazie ragazzi. Grazie di cuore a tutti. Se devo darvi un voto non basta un dieci. Per tutti voi un 12. Sarebbe il minimo.
Hermy, SaruZ, Cinzia, Dodo1, Frodo, Loste91, Lore1991, Penny, Blastaman, Katunandri, Ago, Gico88, Fede_v.2, D, Vespertine82, Twilight Man, RonWeasley, MatteoCrepaldi e Kunzi: grazie, grazie tante e alla prossima. Adesso che anche il trash è con me posso ritenermi soddisfatto.

Saranno solo dei giri in ‘treninidellamorte’, solo visite ai parchi divertimenti che per gli altri possono sembrare banali, popolari e brutti, ma per tutti noi sono il massimo e insieme a voi diventano un’altra cosa. Diventano un’Expedition TheParks.it che vale la pena vivere.
A qualsiasi età.

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